Srebenica e Sarajevo, tra ferite ancora aperte e semi di speranza

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Chi varca il cancello del Memoriale di Potocari, alle porte di Srebenica, rimane stordito dal senso di dolore che si percepisce nell’aria,toglie il respiro e prende il sopravvento sul silenzio innaturale di un luogo di per sè ameno, tra le verdi colline del Cantone di Tuzla. Troppo recente la tragedia del luglio 1995, segnato dal genocidio e dalla pulizia etnica, perché il dolore si sia sedimentato.
Su una grande pietra bianca si legge il numero 8372, il tributo di sangue versato 22 anni fa, e bianchi sono i cippi delle oltre 6 mila tombe allineate in file interminabili. Manca più di un quarto delle lapidi all’appello. Per dare sepoltura alle altre vittime si continua a cercarle nelle fosse comuni. Si potranno identificare solo grazie al Dna.
Nei giorni in cui una delegazione di Srebenica è ospite a San Giovanni, da tempo gemellata con la città bosniaca, la visita in quei luoghi insieme a Leila Smajic, coordinatrice dei progetti del Centro Emmaus di Doboj Istok, e il racconto delle donne che hanno perso mariti e figli ripropongono una domanda alla quale nessuno sembra sapere o volere rispondere: com’è stato possibile un simile dramma nel cuore dell’Europa alle soglie del Terzo Millennio?
Neppure a Sarajevo si trova la verità assoluta nel ripercorrere a ritroso quei 1461 giorni di assedio che causarono migliaia di morti. Il generale Jovan Divjak, che da serbo decise di restare a difendere i più deboli e la città terrorizzata dai cecchini e bombordata dai mortai, carri armati e cannoni, ha scritto con Florence La Bruyère il best seller “Sarajevo mon amour” e adesso si occupa con la sua associazione di sostenere i bambini e i ragazzi attraverso borse di studio. “Sarajevo – dice – è stata difesa dagli uomini, ma salvata dalle donne e dal loro coraggio”.
Lo stesso coraggio delle donne vittime della guerra, senza distinzione di nazionalità, razza e religione, che hanno subito violenze sistematiche e che ora si battono per assicurare alla giustizia i loro aguzzini. Ogni volta che raccontano quelle esperienze devastanti, la ferita si riapre. Eppure sanno che soltanto facendo conoscere il loro calvario potranno spezzare la cortina di omertà e consentire di rintracciare i responsabili delle atrocità.
Nel Centro di studi islamici l’Imam e il decano dei docenti si avvalgono della traduzione di Mohammad, che ha studiato italiano a Rondine, la Cittadella della Pace alle porte di Arezzo, e ha ottenuto a Roma una magistrale in Cristianesimo all’Università Pontificia. Dal prossimo anno, spiegano, entrerà nel vivo una progettualita per il dialogo interreligioso in collaborazione con gli atenei cattolico e ortodosso.
Un seme di speranza dalla seconda Gerusalemme, come viene chiamata la capitale della Bosnia Erzegovina che, faticosamente, tenta di ritrovare il volto multicuturale e tollerante mostrato per secoli e sfregiato da un conflitto il cui ricordo é ancora vivo nella memoria collettiva.