La mente dopo il trauma: il Disturbo da Stress Post-Traumatico. Rubrica scientifica a cura della dottoressa Francesca Luzzi

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La mente dopo il trauma: il Disturbo da Stress Post-Traumatico (DSPT)

La parola “trauma” deriva dal greco e significa “ferita”. Che si tratti di un terremoto, un attentato terroristico, una perdita, un incidente o un’aggressione , chiunque subisca un trauma vive una profonda rottura tra un “prima” e un “dopo”. “Prima” si riusciva ad avere la percezione di vivere in un mondo giusto e pieno di significato, “dopo”, improvvisamente, la percezione cambia ed il mondo non è più sicuro, nulla è più giusto. Nonostante l’essere umano sia naturalmente attrezzato a superare eventi traumatici, pensiamo per un attimo a quante guerre e carestie hanno vissuto i nostri antenati, capita talvolta che chi ha vissuto una esperienza di questo tipo non riesca a superarla spontaneamente e sviluppi un Disturbo da Stress Post-Traumatico. Fenomeno che, purtroppo, si sta verificando sempre più frequentemente in questa epoca di attentati terroristici e calamità naturali.
Chi soffre di tale disturbo è continuamente tormentato dal ricordo del trauma, da un passato che continua ad invadere il presente di paura, dolore e rabbia, sotto forma di incubi, ricordi, suoni, odori, flashback, impedendo alla persona di proseguire il suo cammino verso il futuro. Di fronte a questa situazione, la persona cerca di difendersi con differenti modalità, ovvero con diverse tentate soluzioni:

• Tentativo di controllare i propri pensieri e rimuovere l’esperienza traumatica:
In primo luogo, nell’illusione di poter in qualche modo dimenticare il trauma vissuto e tenere sotto controllo le spaventose sensazioni ad esso correlate, la persona cerca di non pensare a quanto accaduto. Ma così facendo, sperimenta la situazione paradossale per cui più cerca di dimenticare più finisce per ricordare sempre di più. Con le parole di Michel de Montaigne “Niente fissa una cosa così intensamente nella memoria come il desiderio di dimenticarla”.
• Evitamento di situazioni associate al trauma:
La maggior parte di coloro che soffrono di DSPT comincia anche ad evitare tutte le situazioni collegate all’evento traumatico, nel tentativo di scacciarne dalla propria memoria ogni traccia. L’effetto di ogni evitamento è però quello di portare all’ evitamento successivo, fino a quando anche situazioni o luoghi un tempo “neutri” vengono gradatamente vissuti come pericolosi. L’effetto finale non è solo quello di incrementare la paura che la persona vorrebbe invece ridurre, ma anche quello di renderla sempre più sfiduciata rispetto alle proprie capacità e sempre più invalidata nella propria vita.
• Richiesta di aiuto, ricerca di rassicurazioni e lamentele:
La persona traumatizzata ricorre spesso all’aiuto degli altri, aiuto che può riguardare la richiesta di farsi accompagnare nei luoghi ritenuti pericolosi, o il farsi continuamente rassicurare, confortare, ascoltare. Questa strategia, che all’inizio sembra efficace, conduce invece al progressivo peggioramento della situazione di incapacità della persona che, delegando agli altri la gestione degli effetti del trauma, finisce per creare una vera e propria dipendenza, rinunciando alla propria autonomia.

Chi ha sofferto un trauma vive quindi una situazione di emergenza e un disperato bisogno di aiuto ma, al tempo stesso, è spesso incapace di attuare da solo anche il più piccolo cambiamento. Il terapeuta strategico deve quindi saper comunicare con la persona traumatizzata in modo empatico (“capisco quello che senti”) e, parallelamente, deve saper trasmettere il fatto di essere un “specialista” che possiede tutti gli strumenti necessari per aiutarlo. Le abilità comunicative e relazionali del terapeuta, soprattutto nel corso della prima seduta, sono fondamentali per far sì che il paziente decida di “fidarsi ed affidarsi” e sia quindi disponibile a seguire le indicazioni per il trattamento ed il superamento di questo tipo di disturbo.
Mediante la psicoterapia si producono strategicamente vari effetti: la persona esternalizza tutti i ricordi, le immagini, i flashback che continuamente la assillano e, pian piano i ricordi traumatici vengono attivamente e quotidianamente ricercati dalla persona, invece di esser subiti. La persona viene condotta a distaccarsi gradualmente dalla paura, dal dolore e dalla rabbia, producendo come ultimo effetto, la ricollocazione temporale del passato nel passato. Il passato ricollocato al suo posto smette così di invadere continuamente il presente della persona e di limitare la costruzione del suo futuro.
La ferita del trauma si trasforma a poco a poco in una cicatrice che, pur non scomparendo del tutto, permette alla persona di riappropriarsi della propria vita e di diventare “resiliente”. La vera magia risiede dunque nella capacità di ognuno di noi di far fronte a qualsiasi evento attivando le proprie risorse e potenziando, lavorandoci, atteggiamenti adattivi e vincenti, anche quando si parla di eventi così minacciosi per ogni essere umano.
E incredibilmente, se andiamo a guardare l’ etimologia della parola “crisi”, che noi usiamo con un’accezione meramente negativa, scopriremo che essa deriva dal greco “krisis”: per gli antichi racchiudeva in sé anche il significato di “scelta”, e dunque di opportunità.

L’orientamento breve strategico, a differenza degli altri approcci terapeutici, prevede una precisa focalizzazione sui meccanismi che mantengono il problema, così che la persona possa essere aiutata ad uscire dalla sua sofferenza nel minor tempo possibile. Questo tipo di intervento non si rivolge alla ricerca delle “cause” ma alla soluzione dei problemi, ossia ad un deciso mutamento delle dinamiche relazionali e comunicative e permette, caso per caso, di scegliere la strategia più adatta per affrontare e risolvere le più importanti patologie e problematiche su scala individuale, familiare e aziendale.
L’intervento strategico in quanto mirato – e per questo efficace ed efficiente – garantisce alla persona non solo l’eliminazione dei sintomi in tempi brevi ma anche la creazione di un nuovo equilibrio funzionale che duri nel tempo, un cambiamento profondo nel rapporto con sé, con gli altri e con la realtà circostante; come si può quindi dedurre, il fatto che alcune psicopatologie possano essere sofferte e persistenti da anni non significa, fortunatamente, che la terapia debba essere altrettanto sofferta e prolungata nel tempo.

Dr.ssa Francesca Luzzi
Psicologa-psicoterapeuta-ricercatrice del Centro di Terapia Strategica di Arezzo- diretto dal Prof. Giorgio Nardone
http://www.dottfrancescaluzzi.it
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