I settori giovanili del Valdarno e la difficoltà nel “sfornare” talenti da lanciare nel grande calcio. Valdarno 24, con Giovanni Bizzarri, ha deciso di approfondire questa tematica, ascoltando testimonianze e parlando di un mondo che coinvolge centinaia di ragazzi e decine di istruttori e allenatori.
Una prima inchiesta sul mondo del calcio, cui ne seguiranno altre.

Il Valdarno aretino,che conta ben 90.000 abitanti (120.000 totali se si conta anche la parte fiorentina), non ha mai sfornato grandissimi talenti calcistici negli ultimi anni. Eppure considerando anche il numero della popolazione, pare quasi impossibile che nessun ragazzo uscito da un settore giovanile della zona, in particolare dai più importanti come Aquila Montevarchi e Sangiovannese, non sia mai riuscito in questi anni a guadagnarsi un posto tra le compagini più blasonate della nostra Serie A o di altri campionati europei.
Numerose possono essere le motivazioni, ma siamo sicuri che la problematica sia dei settori giovanili del Valdarno e scuole calcio, o che invece non ci sia qualche responsabilità da parte delle Società, che non rivolgono la giusta attenzione ai “campioncini” valdarnesi?


“NON ESCONO TALENTI DAI SETTORI GIOVANILI DEL VALDARNO. LE MOTIVAZIONI SONO MOLTEPLICI”


 

Indubbiamente, durante lo sviluppo del bambino iscritto alla scuola calcio, l’allenatore è la figura chiave di riferimento per il ragazzo, che, crescendo, sente aumentare le sue responsabilità e sente anche il bisogno di rivolgersi a chi gli può dare una mano per capire e di conseguenza migliorare dal punto di vista tecnico-tattico.
Il rapporto tra allenatore e calciatore è fondamentale per l’evoluzione positiva delle proprie abilità e conoscenze e delle prestazioni sportive dell’intera squadra.
Tanti allenatori purtroppo, e parliamo in generale e a livello nazionale, ne fanno una questione personale, per realizzarsi in prima persona e crescere dal punto di vista “professionale”, ma nell’allenare un settore giovanile, lo spirito deve essere quello di fare qualcosa di importante con i ragazzi, deve essere come una missione.
L’atleta ha bisogno di comprendere quanta considerazione gode da parte del mister, il quale, dal canto suo, deve inevitabilmente dedicare a ciascuno, in campo e fuori, la giusta attenzione attraverso piccoli gesti di apprezzamento ed esortazione.
Questa è un’esigenza utile al giocatore per motivarsi, orientare al meglio i suoi comportamenti e migliorarsi costantemente.


“IL RUOLO DELL’ALLENATORE E’ IMPORTANTISSIMO. IL GIOVANE CALCIATORE HA BISOGNO DI SENTIRSI CONSIDERATO”


 

La mancanza di giovani di talento “made in Valdarno” forse fa riferimento anche ad una problematica di tipo culturale: il bambino oggi viene portato al campo di allenamento, dove svolge la sua attività in circa 2 ore. Una volta invece si giocava dalla mattina alla sera anche per strada e questo era il migliore allenamento per loro. Prendiamo come esempio grandi come Crujff per le strade di Amsterdam, Ibrahimovic a Malmö, o i campioni brasiliani per le favelas di Rio, solo per citarne alcuni.
Anni fa il ragazzino arrivava già pronto e allenato al campo e il compito dell’allenatore era solo quello di dare indicazioni per instradare il ragazzo, invece ora gli “allenatori vogliono fare un po’ troppo gli allenatori”. Si inculca già la tattica, come stare in campo, mentre un ragazzino dovrebbe essere libero di poter esprimere a pieno il suo potenziale. Dev’essere un gioco, un divertimento.


“TROPPA TATTICA A DISCAPITO DELLA TECNICA. IL CALCIO DEVE ESSERE UN DIVERTIMENTO”


 

Cosa fanno però i genitori per il proprio figlio-calciatore?
Troppo spesso sono proprio i genitori che non lasciano spazio di espressione ai propri figli, nutrendo gelosie inutili e tante, troppe bramosie, che portano a tarpare le ali al ragazzo. Si vuole tutto e subito.
Può capitare che si tenda a proiettare su di lui le proprie ambizioni e i propri desideri che non si è riusciti a soddisfare da giovani.
Si corre il rischio di diventare veri e propri fardelli psicologici che danneggiano poi l’adolescente come atleta.
In ogni Società sicuramente esistono delle regole di convivenza per cercare di formare il ragazzo, facendolo diventare un campione nel calcio, ma anche un campione nella vita, dandogli indicazioni pratiche per svolgere un buon lavoro in allenamento e indicazioni psicologiche per cercare di migliorare il giovane dal punto di vista umano.
Ciò che è diverso rispetto al passato è il fatto che adesso le famiglie pagano una quota per iscrivere il proprio figlio ad una scuola calcio e per questo capita che i genitori spesso vadano a recriminare perchè il loro figlio gioca meno, ha meno “minutaggio” rispetto agli altri suoi compagni, incolpando la Società di fare discriminazioni.
Il bambino che parte dalla scuola calcio vede, in questo modo, tutte le colpe negli altri, non si corregge e non cerca di migliorarsi. Ecco perchè il lavoro della Società sportiva consiste nel costruire calciatori, ma anche persone, uomini, cercando di far riflettere i genitori su quello che è uno sviluppo sano del proprio figlio, in termini sociali.


“SPESSO I GENITORI SONO TROPPO PRESSANTI NEI CONFRONTI DEI FIGLI. E QUESTO PUO’ INFLUIRE SUL SUO RENDIMENTO”


 

Pare quasi allora che la funzione dei settori giovanili del Valdarno sia più quella di fornire ai ragazzi tutti gli strumenti necessari per diventare adulti dai sani principi, che quella di formare futuri campioni dello sport. Delle buone regole di convivenza, per lavorare in gruppo, sono comunque alla base della piramide che porta dal settore giovanile alla Prima squadra.

Come ha affermato un grande della storia del calcio, oggi uno dei direttori del settore giovanile dell’Ajax, Dennis Bergkamp: “L’unica che ha bisogno di vincere trofei è la prima squadra. Le squadre giovanili non hanno bisogno di vincere, hanno solo bisogno di rendere migliori i loro giocatori, professionalmente e umanamente. – continua Bergkamp – Prima dell’età di 14 anni sono solo abilità del gioco e tutto sta nello sviluppare buone abitudini, come controllare e passare la palla, le posizioni da tenere, ma anche lavorare sull’aspetto mentale dei ragazzi.
Quindi, alla fine, non avrai solo un giocatore di calcio completo, se tutto andrà bene, ma una persona che fa bene agli altri, che vuol dire qualcosa al mondo”.

Quello che però è emerso dal percorso di approfondimento della storia delle squadre della nostra zona, è che in Valdarno c’è un problema anche nell’affezionarsi ad una bellissima pratica sportiva, che è quella del calcio.

Mancano però soprattutto strutture sportive adeguate e i vari comuni della zona, in sinergia con le Società calcistiche, dovrebbero al più presto sopperire a tale mancanza, attraverso l’ammodernamento dei campi già presenti o la costruzione di nuovi. In Italia, paradossalmente, siamo più indietro rispetto a 30 anni fa, a livello di stadi soprattutto, e purtroppo, alla fine tutto si riconduce ad una mancanza di soldi.

É logico che quelle che sono le disponibilità economiche di un cosiddetto “top team” europeo non siano le stesse delle Società calcistiche valdarnesi. Soldi vogliono dire anche possibilità di creare strutture sportive adeguate, riducendo al minimo la dispersione dei campi di allenamento, limitando anche lo spreco di danaro, cosa che invece non succede nelle nostre zone. E’ il caso ad esempio di Montevarchi, dove è ampia e assai eterogenea la distribuzione dei vari terreni di gioco.

Nella città valdarnese, tra l’altro, la Società Aquila Calcio ha partecipato ad un bando comunale per la gestione dello stadio, dell’antistadio, e del campo sportivo di Mercatale. Un progetto molto ambizioso che prevede tra le altre cose la realizzazione di un manto in sintetico all’antistadio e l’ammodernamento dello stadio Brilli Peri.

La società rossoblu attende ancora risposte dall’amministrazione comunale in attesa di mettere in piedi l’intera operazione.

Nella vicina San Giovanni la situazione è migliore. Il settore giovanile, in città, ha la possibilità di allenarsi all’antistadio “Rino Ciantini”, al “Veliero” e al campo “Calvani”. Ma anche nella città di Masaccio manca un campo in sintetico. C’è il progetto di realizzarlo proprio al Ciantini, ma l’investimento è di notevole portata ed è difficile pensare che le casse comunali possano sostenere un costo del genere. Sintetico che sarà invece realizzato  nei prossimi mesi al campo del Parco Pubblico “Tiziano Terzani” di Terranuova Bracciolini e che è già stato realizzato in via Olimpia ad Incisa, a disposizione dei ragazzi del Valdarno Football Club.


“IN VALDARNO LE STRUTTURE SPORTIVE NON SONO ALL’ALTEZZA. NEL FONDOVALLE SOLO AD INCISA UN CAMPO IN SINTETICO”


 

Settori giovanili del Valdarno. Antistadio Montevarchi. Struttura inadeguata.
L’antistadio di Montevarchi

Allenamento dei giovanili del Genk

Certo, in Europa gli scenari sono ben diversi, ad esempio, la Jos Vaessen Talent Academy, centro di allenamento per i giovani del Genk, uno dei vivai più prolifici d’Europa, è stata inaugurata nel 2013 con un progetto all’avanguardia: nel quale i giocatori delle giovanili del Genk hanno a disposizione sale studio, una sala per l’analisi video, sale di consultazione per medici e fisioterapisti e una piscina per la riabilitazione.
Qui ovviamente sono poche strutture del genere e la mancanza di investimenti e propriamente di fondi spendibili, fa del male a tutto il sistema calcio valdarnese e italiano in genere.

Palestra del settore giovanile del KSC Gennk

Jos Vaessen Talent Academy di Genk

 

Insistendo ancora sui numeri, pare quasi statisticamente impossibile che in un territorio che conta più di 100.000 abitanti, non sia nata in tempi recenti nessuna nuova “stella”.

Curioso il fatto che nella zona della provincia di Massa Carrara, ad esempio, siano nate e continuino a nascere storie di ragazzi che dai loro settori giovanili arrivano ad alti livelli professionistici. Basti citare il caso di Alberico Evani, Gianluigi Buffon, o in tempi più recenti Federico Bernardeschi, o ancora Nicolò Zaniolo.


“IN UN TERRITORIO CHE CONTA OLTRE 100.000 ABITANTI E’ CURIOSO CHE NON SIA USCITO UN TALENTO”


 

La squadra professionistica più vicina alle vicissitudini della nostra vallata è la Fiorentina, ma una delle lamentele che più spesso giunge alle orecchie degli addetti ai lavori è il fatto che non rivolga la giusta attenzione alle varie Società valdarnesi, prendendo giocatori da tutto il mondo meno che quelli radicati qua.
Quindi forse una delle risposte alla domanda del perchè pochissimi o nessuno dei ragazzi provenienti dal “nostro” territorio arrivino ad alti livelli è proprio quella che mancano società professionistiche che guardino alle squadre del Valdarno.
Purtroppo la realtà è questa, il problema è che si vuole “tutto e subito”, si vuole il campione già pronto, ma non si deve mettere fretta ai ragazzi che crescono; una buona programmazione che miri alla formazione di un settore giovanile di livello deve impiegare almeno 5 o 6 anni.
Negli anni, la pratica del calcio in questa zona ha perso un po’ di fascino e di attrazione per coloro che intendono intraprendere la carriera di calciatore.
Ad esempio, il vivaio dell’Aquila Montevarchi in tempi recenti non ha mai sfornato ragazzi che abbiano sfondato come calciatore ad alti livelli, ma, già citando il caso di Leonardo Mannella, abbiamo una buona dimostrazione di un giovane partito dal settore giovanile ed arrivato in prima squadra.

Anche la Sangiovannese ha sempre avuto un occhio di riguardo per il suo vivaio, che spesso è stato fra i più prolifici della regione.
Tocca però tornare indietro nel tempo per ricordare i tanti giocatori che dalla fucina azzurra hanno poi spiccato il volo verso alti lidi: ricordiamo Piero Bartoli campione d’Italia con la Fiorentina nel 1956, i fratelli Spartaco e Fausto Landini approdati in nazionale, Daniele Carnasciali, Alfredo Aglietti, ma anche giocatori come Beppe Galli e Giovanni Kostner, come Piero Rossi e Franco Galletti, Bruno Matassini, e tanti altri ancora passati da San Giovanni a Società più importanti. Negli ultimi anni è stato Capezzi, dopo aver calcato i campi sangiovannesi, ad approdare in serie A.


“NEGLI ANNI 2000 IL SOLO CAPEZZI, DOPO AVER GIOCATO NEL SETTORE GIOVANILE DELLA SANGIOVANNESE, E’ APPRODATO IN SERIE A”.

Leonardo Capezzi, dal 2004 al 2008 nella Sangiovannese

Interessante è anche la storia, quasi dimenticata, della Gemini 81, Società di Ponticino in provincia di Arezzo, che è stata un modello anche per alcuni dei protagonisti di oggi delle varie squadre della zona valdarnese, che ci hanno giocato o che lì sono stati direttori tecnici a vari livelli, come Roberto Burzi, oggi responsabile dei settori giovanili dell’Aquila Montevarchi.
C’era presidente Terziani, fratello del presidente dell’Arezzo Calcio, DS Giancarlo Sassoli e vicepresidente Alvaro Caccialupi, che era un po’ il fulcro di tutta la Società. Era stata creata una squadra straordinaria, non esistevano le quote, i ragazzi non pagavano, veniva organizzato un servizio di trasporto per i giovani calciatori e c’erano delle regole importanti, dove anche il ragazzo problematico arrivando lì si adattava al gruppo.
Dalla Gemini 81 sono usciti calciatori che hanno giocato a buoni livelli, come ad esempio Andrea Fantini, che ha giocato in Serie B, o altri che sono arrivati in Serie D come Sacchini, ex giocatore della Sestese.

Settori giovanili del Valdarno. Foto di una squadra della Gemini 81. Nella fotografia, Roberto Burzi, attuale DS Montevarchi

Un fotografia della Gemini 81

Nei vari step evolutivi di un calciatore, dai primi calci al pallone, al settore giovanile e fino alla prima squadra c’è sempre però un problema di “selezione naturale”, un deflusso che deve essere messo in conto, perchè i ragazzi crescono e possono sviluppare interessi notevolmente diversi e magari abbandonare il sogno di diventare calciatori professionisti.
Importante è anche capire che il futuro prossimo della nostra Nazionale dipenderà bene o male da quella che è oggi la situazione dei settori giovanili italiani.

 

La crisi dell’ultima esperienza “pre-Mondiale” è sintomatica anche (o forse soprattutto) di un cattivo sviluppo dei vivai delle varie Società italiane, che non sono state allenanti per lo sviluppo di buoni giocatori, fallendo nella realizzazione di una programmazione all’altezza.
Qualora non venissero prodotti direttamente in casa, ci sarebbe la necessità di lavorare attraverso una valida rete di scouting per scovare futuri campioni, in modo tale da fornire dati utili a capire quali possono esserne i margini di crescita, il potenziale e l’impatto in prima squadra del giovane.
Sarebbe troppo una perdita di tempo ed energia cercarli nel proprio vivaio. Viene così a generarsi un problema sociale: non lavorando più sul settore “di casa nostra” si perdono futuri calciatori.
Solitamente i dirigenti lo fanno per un discorso più legato ai risultati, perchè il loro obiettivo primario è quello di vendere un frutti tangibili ed in tempi brevi.

 

Magari però il nuovo nome del calcio italiano verrà fuori proprio da qui.
I club della vallata dovrebbero improntare il proprio modello societario ispirandosi a squadre fortemente legate alla comunità che le circonda, basate su seri concetti di sviluppo professionale dei ragazzi dei vari settori giovanili del Valdarno.


Infine, come sottolineato, è fondamentale per le Società che gli enti comunali collaborino per offrire strutture adeguate ed al passo con i tempi, perchè il successo di un vivaio passa anche dalla possibilità di allenarsi in impianti moderni, come accade in altre parti d’Europa.
Per concludere, tra i nomi di questi ragazzi potrebbe esserci e certamente ci sarà anche quello di una qualche futura stella del calcio. Il lavoro da fare è tanto e lungo ancora sarà il percorso che i club valdarnesi dovranno affrontare per regalare a questo mondo i campioni di domani.