24 Febbraio 2021 - 20:58

La drammatica testimonianza del montevarchino Lorenzo Stocchi, 35 anni. Colpito da Covid, intubato ad Arezzo

Lorenzo Stocchi è un giovane montevarchino di 35 anni. Lavora in comune a Terranuova, dove ricopre la carica di collaboratore del sindaco Sergio Chienni. Ha avuto il Covid, ma non era asintomatico. Quando è arrivato al San Donato di Arezzo aveva il polmone destro collassato, quello sinistro messo male e respirava a fatica. Dopo 11 giorni con il casco, è finito in terapia intensiva, intubato. Ha avuto crisi di pianto, ha visto morire il suo compagno di stanza, ha perso 12 kg. Adesso, per fortuna, sta meglio, ma ha voluto raccontare pubblicamente la sua terribile esperienza per lanciare un appello accorato anche ai giovani. “Bisogna prevenire il virus a tutti i costi, fare sensibilizzazione e convincere gli scettici. Perché anche loro se ne renderanno conto quando una persona vicina è in fin di vita, ma sarà già tardi”, ha scritto  in un lungo post direttamente  dal letto dell’ospedale. Magari questa mia esperienza  servirà per sensibilizzare coloro che ancora si ostinano a portare la mascherina sotto al naso e fare le cene con gli amici”, ha detto Lorenzo.
Tutto è partito il 19 ottobre, quando è  dovuto andare al pronto soccorso oculistico dell’ospedale di Arezzo per una lesione alla cornea. “C’erano moltissimi pazienti in attesa, tutti forniti di mascherina e gel igienizzante. Ma purtroppo in qualche modo il virus, o grazie alle difese immunitarie abbassate o per il fatto che inconsciamente mi toccavo spesso l’occhio, è riuscito a passare – ha detto – . Dopo cinque giorni, mentre ero in ufficio, è arrivato un leggero mal di testa e quando sono arrivato a casa avevo la febbre a 37.3. Automaticamente mi sono isolato.  La mattina successiva sono andato, privatamente, a fare il test seriologico che è risultato negativo. Ma una volta a casa, la febbre era salita a 38.5. Non avevo altri sintomi; ne raffreddore ne tosse, sentivo odori, sapori e tutto il resto. Ma la febbre continuava a salire. Passati altri tre giorni – ha proseguito –  il mio medico mi ha fatto la richiesta per il tampone”.
“Purtroppo in tutta la provincia non c’era un posto disponibile ed ho dovuto aspettare altre 24 ore. Non volendo coinvolgere nessuno della famiglia, ho preso la macchina e sono andato da solo a fare il tampone al drive-through, ma già sentivo che qualcosa era cambiato, avevo il fiato corto e cominciavo a far fatica a parlare. Una volta tornato, mio babbo mi ha fatto trovare il saturimetro. La mia saturazione era a 91 con una frequenza a riposo di 109. Troppo poco ossigeno con troppi battiti.  Il mio medico non si sentiva tranquillo ed ha preferito allertare l’USCA. Purtroppo anche loro erano pieni di pazienti da visitare ed io ancora non avevo il risultato del tampone, quindi non sapevano ancora se ricoverarmi in un ospedale Covid o in quello normale”.
“Quando il giorno successivo l’USCA è arrivata – ha proseguito Lorenzo -, non riuscivo già più a parlare. Dalla camera al bagno il fiatone si faceva sentire. Respirare era difficile e mi sentivo come un pesce appena pescato.. Boccheggiavo.  Mi hanno subito portato al San Donato di Arezzo. Ho passato 50 minuti in attesa fuori dal pronto soccorso, perché seppur fossero le 22:30, c’erano altre cinque ambulanze davanti a me. Dopo la visita ed il tampone mi hanno portato in malattie infettive. Con l’RX torace si sono accorti che il polmone destro era praticamente collassato, ed anche il sinistro era messo male. Mi hanno messo il casco per respirare, l’ho tenuto per 11 lunghissimi giorni. Ossigeno sparato à 60lt/minuto, un rumore assordante e continuo che mi impediva di sentire quello che mi dicevano i medici.  Ed io non potevo esprimermi che a gesti perché non avevo fiato e potevo solo concentrarmi sul respiro, dato che non mi bastava l’aria”.
” A quel punto mi hanno portato in terapia intensiva.. Ed è cominciato l’incubo. Tra catetere arterioso, catetere venoso, accessi periferici, catetere vescicale, sonde, tubi.. Ero limitatissimo nei movimenti e non potevo muovere bene le braccia per scrivere ai miei cari per cercare un conforto. Ero isolato.  Nudo in un letto con medici e infermieri che si aggiravano per la stanza, somministrandomi terapie e azioni per far ripartire i polmoni. Hanno provato a rincuorarmi, ma psicologicamente era veramente dura.  Poi – ha proseguito nel suo drammatico racconto – il mio compagno di stanza è morto.. Ed anche se non lo conoscevo, era lì accanto a me da tre giorni. A quel punto sono crollato.  Durante le notti infinite, ho avuto delle incontrollabili crisi di pianto. Un pianto di disperazione che non mi sarei mai aspettato da me, sempre cinico e razionale. Il quarto giorno hanno chiamato i miei per dirgli che mi avrebbero intubato”.
“Non stavo migliorando ed era l’unica via percorribile. Entrambi i miei genitori in quel momento sono invecchiati. Mia mamma ha passato la notte a piangere e vomitare.  Quella notte, il medico della rianimazione ha provato a farmi stare a pancia sotto, che tra casco e tutto il resto era una situazione allucinante, ma per fortuna ero sedato. Miracolosamente gli alveoli hanno cominciato a riaprirsi. Da lì è cominciata la lenta ripresa”. Da quel momento Lorenzo è stato  riportato in malattie infettive con il casco e  sta facendo una sorta di svezzamento da ossigeno. I polmoni sono ripartiti grazie ai volumi altissimi di ossigeno ma adesso deve re imparare  a respirare normalmente”
“Nel frattempo – ha aggiunto – ho avuto delle complicazioni dovute alla degenza, e voglio puntualizzare non alla negligenza di chi mi ha assistito e salvato la vita, semplicemente sono cose che possono succedere in queste situazioni.  In terapia intensiva provavo a dire che mi faceva male il catetere vescicale.. Ma mi rispondevano che non ero abituato ed era un fastidio e che non avrei avuto lo stimolo della pipì perché la vescica si sarebbe automaticamente svuotata nel tubicino. Io invece avevo lo stimolo e mi venivano dei crampi fortissimi.. Dopodiché mi trovavo tutto bagnato..  Quando mi hanno tolto il catetere – ha continuato – si son resi conto di avermi lesionato la vescica. Molto dolore e sangue nella pipì. Poi per non farsi mancare nulla.. Le due dosi di eparina al giorno per evitare la trombosi polmonare hanno fluidificato molto il sangue. Questo mi ha causato ho fortissime emorragie dal lato B”.
“Una sera mi sono perfino impaurito perché non sapevo come fare a fermare il sangue ed alla fine ho dovuto anche pulire il pavimento del bagno perché mi vergognavo.  Rispetto ai polmoni collassati sono cazzatine. Ma dopo tutti questi giorni, ogni intoppo pesa sul morale come un macigno. Piano piano – ha confermato – sto migliorando, la saturazione sale, l’EGA migliora ed anche io mi sento meglio. Certo, se tolgo l’ossigeno per andare in bagno o mangiare dopo qualche minuto mi torna la tosse e l’affanno, ma sto meglio e sono sulla strada della guarigione. Come si vede dalla foto, sono tutto barba e capelli perché con il casco non si mangia, ed avrò perso circa 10/12kg.  E’ stata un’esperienza terribile – ha concluso Lorenzo – . Io ho 35 anni, vado in palestra e sono in ottima forma fisica, non ho patologie pregresse godo (godevo) di ottima salute. Sono sempre stato molto attento a disinfettare correttamente le mani ed ho sempre tenuto la mascherina; eppure il virus è riuscito a passare”.
Sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco di Terranuova Sergio Chienni. “Lorenzo, oltre che un amico, è un mio collaboratore – ha detto -. Ha scelto di rendere pubblico ciò che ha vissuto e per questo lo ringrazio. Condivido la sua testimonianza per dargli ancora una volta un abbraccio forte e per far capire cosa può essere il covid e quanto alta dobbiamo tenere ancora l’attenzione”.

Marco Corsi
Direttore Responsabile