23 Gennaio 2021 - 20:40

Sesso e internet. Quando la rete diventa pericolosa. Ne parla il dottor Gabriele Rossi

I rischi della rete sono terribili e le cronache sono piene di episodi sconcertanti che hanno coinvolto persone di tutte le età. Oggi con il dottor Gabriele Rossi, psicologo e psicoterapeuta, analizziamo il binomio, pericoloso, tra sesso e internet.

Sexting e revenge porn: dal gioco al reato.

Sempre più spesso sentiamo parlare di “revenge porn” o di “sexting”. Che cosa indicano questi nuovi termini? A che cosa si riferiscono? I fatti di cronaca li utilizzano sempre di più: ha colpito molte persone, recentemente, la storia della maestra di Torino costretta a licenziarsi dalla scuola in cui insegnava perché il suo ex aveva diffuso alcune foto sexy di lei. Questa vicenda ha visto molti personaggi famosi scendere in campo in difesa della ragazza che, oltre ai danni subiti nel contesto lavorativo, ha subito conseguenze psicologiche che saranno difficilmente cancellate.
Tanti i suicidi raccontati dalla cronaca: di vergogna si può morire. Vedere immagini intime di sé diffuse senza il proprio consenso trasforma un gioco, la complicità, l’intimità condivisa con fiducia in un incubo. Purtroppo il web è il luogo di massima diffusione, di pericolo per le proprie immagini che restano in uno spazio indefinito, raggiungibili e condivisibili da chiunque.
Il “revenge porn” è la diffusione illecita di immagini o di video sessualmente espliciti. Molto diverso dal sexting in cui le due parti si scambiano consensualmente foto sensuali: ovviamente questo non costituisce un illecito ed è un fenomeno sempre più in crescita e non solo fra i giovani. Pensiamo a quanti, a distanza, si scambiano un selfie piccante attraverso il telefonino! Quando queste immagini, dal contenuto sessualmente esplicito, sono divulgate a terzi senza il consenso della persona ritratta, si configura il reato di “revenge porn”.
Il “revenge porn” è definito anche “pornografia non consensuale” ed il termine inglese è sempre più utilizzato dalla stampa, il fenomeno sempre più diffuso, le vittime sempre più numerose. Per questi motivi con la Legge 19 luglio 2019 n.69 anche nel nostro Paese è stato introdotto il reato di “revenge porn” con la denominazione di diffusione illecita di immagini o di video sessualmente espliciti.
Il materiale pornografico viene di solito linkato utilizzando i social della vittima oppure impiegando siti tematici ma anche creando appositamente delle pagine su cui mettere le immagini di cui si dispone. Talvolta il materiale può essere inviato ad amici e parenti della vittima che può addirittura subire minacce ed estorsioni. Le persone tendono ad essere più severe con la vittima che con il diffusore di immagini perché in qualche modo la reputano colpevole di aver commesso i fatti che le fotografie testimoniano e, non è un caso, che le donne siano le più colpite. È ancora troppo diffusa l’idea che in qualche modo quella ragazza se l’è cercata perché ancora facciamo fatica a vedere la donna davvero uguale all’uomo.
Inoltre, se nel privato siamo molto clementi con noi stessi, pubblicamente condanniamo certe forme di gioco: perché inviare proprie foto al fidanzato? Senza considerare che il cosiddetto sexting, ovvero l’utilizzo del web per il sesso, è sempre più diffuso e probabilmente farà sempre più parte delle nostre vite tanto che, ricerche recenti dimostrano che per la maggior parte degli adolescenti è normale filmarsi durante un rapporto sessuale e condividerlo con gli amici.
L’Osservatorio Nazionale Adolescenza, nel 2018, pubblica uno studio da cui emerge che il 6% dei giovanissimi, fra gli 11 e i 13 anni, invia abitualmente proprie immagini intime per via telematica e con l’aumentare dell’età aumenta la percentuale di chi invia questo tipo di foto. Ciò dimostra la presenza di un problema che è anche culturale e la non corretta percezione del rischio, presente, non solo, ma soprattutto in adolescenza. Per questi motivi sarebbe importante una campagna di informazioni adeguata per le diverse fasce di età perché se è vero che i più giovani hanno minore percezione dei rischi a cui si va incontro, è pur vero che i più grandi hanno minore conoscenza degli strumenti tecnologici e dei social.

Gli aspetti psicologici

Di solito a pubblicare questo materiale sono gli ex con l’idea di una vendetta che possa alleviare il torto che ritengono di aver subito. La maggioranza è costituita da uomini e la violenza è maggiormente diretta a donne. Tuttavia non mancano casi in cui sono le donne a pubblicare materiali che immortalano il compagno in momenti intimi, in questi casi di solito l’uomo è sposato e il materiale è utilizzato a scopo ricattatorio. Queste azioni comportano umiliazioni e lesioni irreparabili per le vittime che possono manifestare attacchi di panico, sintomi depressivi che, in casi estremi, possono condurre al suicidio.
Per quanto riguarda gli aspetti psicologici, il revenge porn viene anche definito cyber stupro per le conseguenze psicologiche devastanti ma, rispetto allo stupro, la componente sociale è maggiormente significativa: molte vittime riferiscono di aver subito danni a livello relazionale ed occupazionale.
Cosa fare
La pandemia ha aumentato i numeri di questo reato perché le persone trascorrono maggior tempo online. La vergogna, la paura del giudizio spesso impedisce un intervento tempestivo che invece sarebbe essenziale: la vittima ha, infatti, 6 mesi di tempo per denunciare l’utilizzo improprio delle sue immagini. Ci si può rivolgere alla polizia postale ma anche ai carabinieri o in questura o altre forze dell’ordine. Si può chiedere sostegno legale ad un avvocato o alle associazioni che operano contro la violenza di genere: ad esempio, Associazione Pronto Donna.
A volte il problema è che è molto difficile raccogliere le prove: prima di tutto è doloroso per la vittima e poi è molto difficile recuperare prove soprattutto se sono utilizzati gruppi chiusi e social poco controllabili come Telegram. Inoltre bisogna evidenziare che gli screenshot non sono sufficienti: servono prove digitali. Servono, infatti, i link giusti e diretti che evidenzino le foto e i canali in cui sono stati trasmessi, i gruppi in cui si trovano in modo da aiutare le autorità a svolgere le indagini in maniera rapida ed efficace. Purtroppo c’è ancora molta strada da fare perché ogni Stato ha leggi proprie, ma il web supera i confini.
È necessaria una campagna informativa adeguata e soprattutto metodi di aiuto efficace per le vittime che spesso oltre alla vergogna, all’isolamento e a conseguenze sul piano lavorativo e sociale si sentono in colpa confondendo così i piani tra chi è la vittima e chi autore del reato.