24 Febbraio 2021 - 21:49

L’impatto della pandemia sugli anziani. Riflessione sulle conseguenze a breve e lungo termine. Ne parla il dottor Gabriele Rossi

La pandemia in corso ha acceso i riflettori sui molteplici aspetti della nostra società, anche quelli che rimanevano più nascosti. Ne parliamo con il dottor Gabriele Rossi, psicologo e psicoterapeuta.

“In un bellissimo articolo, Massimo Campedelli, sottolinea come questa crisi sia “sistemica, onnipervasiva, generalizzata” e come non ci siano dimensioni dell’esistenza personale che non ne vengano colpiti direttamente o indirettamente. La crisi ha mostrato le criticità del sistema sanitario e di quello economico e politico. Tutti i sistemi di welfare dei paesi occidentali si sono trovati impreparati e inadeguati a proteggere e sostenere tutti e, in particolare, le fasce più deboli della popolazione. La pandemia che ha colpito tutti, si è concentrata sulla popolazione anziana e si è insinuata, subdola, dentro alle istituzioni che ospitano tante persone, isolandole dal mondo degli affetti, segregandole ancora di più, in molti casi purtroppo togliendo loro la vita senza lasciare che i familiari potessero celebrare in maniera degna quella morte. Lutti non elaborati, spaesamento, solitudine ma anche riflessione su cosa è giusto fare, sulla fatica di chi si prende cura di un proprio caro dentro casa, sull’organizzazione stessa dei luoghi di cura.

Ho intervistato Alessandra Maccaferri: psicologa e psicoterapeuta, esperta in neuropsicologia e PNEI. Ha iniziato ad interessarsi alla psicologia dell’invecchiamento sin dagli anni della sua formazione ed attualmente lavora a Roma occupandosi di valutazione, supporto psicologico, stimolazione cognitiva e psicoterapia per i pazienti anziani e di percorsi psicologici per i familiari

L’attuale pandemia ha acceso i riflettori su quelle fasce di popolazione cosiddette fragili, che maggiormente hanno subito le conseguenze non solo a livello fisico ma anche a livello sociale. Prima di affrontare nello specifico questi argomenti, le chiederei di dirci in maniera sintetica, che cosa è l’invecchiamento? Chi sono questi anziani di cui si parla spesso nei media?

L’invecchiamento non è una malattia, contrariamente a quanto affermava Terenzio nel 160 ac, ma è il complesso delle modificazioni cui l’individuo va incontro con il progredire dell’età. È quindi una fase della vita che richiede figure specializzate così come ce ne sono ad esempio per l’infanzia e per l’adolescenza.
Ci sono molteplici teorie riguardo l’invecchiamento che possiamo riunire in tre grandi gruppi: le teorie genetiche che presuppongono che l’invecchiamento rappresenti una fase dell’individuo prestabilita e geneticamente programmata come le altre, le teorie del danno che mettono l’accento sull’influenza che l’ambiente esercita sull’organismo e le teorie dell’omeostasi che sostengono che l’invecchiamento sia la conseguenza della progressiva perdita di efficienza di due grandi sistemi, quello neuroendocrino e quello immunitario. Nei geni, che potremmo paragonare alla molla di un orologio, è in parte scritto il nostro destino, ma la possibilità di raggiungere l’età avanzata e come raggiungerla, sarà condizionato dal modo in cui conserveremo l’orologio, evitando con cura che si ammacchi, che si inceppi prematuramente oppure che la molla possa arrugginirsi. Recentemente è stato inoltre dimostrato che nel cervello senescente oltre a fenomeni di perdita di cellule e collegamenti, sono presenti capacità riparative e rigenerative. Queste proprietà sono note come plasticità neurale che potremmo immaginare come un orologiaio che intervenga nel riparare alcuni danni.
Ogni individuo, quindi, invecchia in maniera peculiare e non è possibile parlare di vecchiaia e di anziani in generale, considerando che ogni individuo si sviluppa dalla nascita alla morte durante un arco di tempo in cui cambia continuamente e avendo ben presente che la dimensione culturale e comportamentale retroagisce su quella biologica. Ognuno, quindi, è il prodotto di una storia. L’avvicendarsi di molteplici esperienze e il sedimentarsi di modi di sentire inclinano le persone verso una peculiare modalità di invecchiare. Durante l’arco di vita molto dipenderà ad esempio dalle esperienze, dal contesto nel quale è vissuto, da come è stato gestito lo stress, da come l’individuo è riuscito a prendersi cura di sé attraverso l’alimentazione, l’attività fisica, dall’utilizzo di farmaci piuttosto che di terapie complementari.

Quali sono, secondo lei, i principali effetti che la pandemia ha prodotto su questa fascia di popolazione?

La pandemia ha avuto un impatto specifico su questa fascia di popolazione e non solo a causa della condizione di fragilità legata alle problematiche di salute che alcuni dei nostri anziani vivono, ma soprattutto a causa dell’isolamento e della solitudine alla quale sono stati sottoposti con l’intento di proteggerli il più possibile. Però proprio a partire da ciò che precedentemente ho argomentato la risposta dei singoli è dipesa molto dal loro bagaglio di vita in possesso. Il New York Times pubblica a gennaio di quest’anno sotto il titolo “L’Olocausto ha rubato la mia giovinezza. Il covid-19 sta rubando i miei ultimi anni” le parole di un’anziana ebrea sopravvissuto all’Olocausto”: “Ho perso la mia infanzia, non ho mai avuto un’adolescenza. E ora, nella vecchiaia, il covid accorcia la mia vita di un anno. Non me ne restano così tanti”. Ma gli anziani hanno anche una forza che spesso il resto della popolazione non presenta. Questa signora, infatti, durante il periodo della quarantena si è mantenuta impegnata nel racconto della sua storia di vita utilizzando siatemi digitali che le hanno consentito di mantenersi in contatto con il resto del mondo Infatti sempre la stessa intervistata conclude “Non c’è confronto con tra l’ansia provocata dal Coronavirus e il terrore nel quale ho vissuto quando ero bambina, quella era una paura senza confini. Questa invece finirà e io sto già pensando, sto pianificando dove andrò, cosa farò per prima cosa quando tutto sarà finito”. Ovviamente questa signora non può essere rappresentativa di tutta la popolazione anziana ma manifesta quella saggezza che solo gli anni può regalare. Quello che certamente però lo accomuna a tutti gli altri anziani è la sofferenza per la mancanza dell’abbraccio delle persone care. Durante l’isolamento è diventata bisnonna: “Questo bambino non mi conoscerà mai. È una perdita”

Molti sono gli anziani che hanno problematiche legate alla propria salute che, molto spesso, limitano l’autonomia personale richiedendo specifici sostegni che non sempre è facile offrire a domicilio. Quali sono le principali problematiche in tal senso?

La gamma di patologie legata alla terza età è ampia e variegata, alcune di queste sono presenti anche nel resto della popolazione, sebbene colpiscano maggiormente gli anziani, come le patologie oncologiche, quelle cardiologiche o endocrinologiche, mentre altre sono maggiormente caratterizzanti come ad esempio l’osteoporosi e la sarcopenia. Esiste poi un’altra categoria di malattie che sono specifiche degli anziani come ad esempio quelle che provocano la demenza che consiste in una condizione di deterioramento globale e progressivo della sfera cognitiva (memoria, attenzione, linguaggio,…). Sono molte le malattie che la causano, dalla malattia di Alzheimer alle patologie vascolari, dalla degenerazione frontotemporale alla malattia a corpi di Lewy, ma tutte comportano problematiche legate al ragionamento, alle funzioni sociali e al normale funzionamento quotidiano della persona. A causa dell’inaccessibilità ai sevizi, soprattutto durante la prima fase di questa pandemia, abbiamo assistito ad un rallentamento e a volte ad una sospensione delle procedure legate ai controlli e agli interventi di cura con un conseguente peggioramento delle condizioni clinico mediche dei pazienti, ma la pandemia secondo me ha avuto conseguenze particolarmente gravi proprio nell’ambito delle patologie dementigene. Questo perché soprattutto durante la prima quarantena si sono interrotti quasi completamente tutti quei percorsi che potevano essere di grande aiuto ai pazienti come ad esempio i percorsi di stimolazione cognitiva e il supporto al paziente e quelli offerti dai centri diurni con un effetto negativo anche sul caregiver che si è visto spesso, senza una particolare preparazione, a dover sostenere il totale carico della cura sovente in solitudine. Come ci ricorda la professoressa Bartorelli “I membri della famiglia, diventati caregiver, assumono un ruolo, quello dell’accudimento (caregiving) per il quale sono impreparati e non formati”. Ci sono stati caregiver che hanno condiviso con il proprio caro il periodo del primo lockdown patendo soprattutto quelle che sono le manifestazioni comportamentali legate alla demenza quali ad esempio l’agitazione o l’aggressività, quelle che incidono maggiormente sulla qualità di vita sia dei pazienti sia dei familiari. La famiglia, infatti, spesso riesce ad accettare, almeno in parte, il decadimento cognitivo del proprio caro ma non riesce ad elaborare la “perdita” della persona che non riconoscono più a causa dei disturbi del comportamento. Ci sono stati figli che pur di permettere alla badante di recarsi a casa del proprio genitore si sono rimboccati le maniche andandola a prendere in macchina e riaccompagnandola a casa per evitare che prendesse i mezzi e rischiasse il contagio. L’augurio è quello che questi familiari possano poter tornare a chiedere aiuto e supporto ai servizi e alle figure specializzate.

La pandemia ha messo in luce anche i limiti delle grandi istituzioni che ospitano anziani: case di riposo spesso molto grandi e sempre più diffuse. Sono una risorsa o un modello che, in qualche modo, deve essere ripensato?

Sicuramente la pandemia ha messo in luce tutte le criticità delle RSA ma credo sia necessario ripensare al loro modello piuttosto che indulgere in affermazioni sensazionalistiche come purtroppo un grande quotidiano italiano ha titolato ad ottobre “Chiudiamo le RSA. Ma per sempre”. Abbiamo il dovere di non dimenticare le esigenze dei tanti anziani e delle loro famiglie. Ci sono molti anziani, infatti, con un quadro clinico che presenta molteplici patologie, spesso con una ridotta autonomia ed un decadimento cognitivo che necessita un’assistenza di 24 ora al giorno.
Chiaramente a domicilio è difficile, se non impossibile, offrire un’assistenza qualificata che soddisfi le esigenze dell’anziano che presenta un quadro così deteriorato, ma anche quando la situazione è meno complessa sono frequentemente presenti difficoltà all’interno del nucleo familiare. La famiglia, infatti, spesso non è in grado di prendersi cura del proprio caro in maniera adeguata a domicilio perché vede i componenti sempre più impegnati in attività lavorative e con una scarsa disponibilità economica che impedisce di far fronte a tutto il necessario. In quest’ultimo caso sarebbe necessario un piano di investimenti che possa consentire un’assistenza qualificata a domicilio considerando le differenti necessità delle famiglie.
Sarebbe, quindi, importante ripensare al modello per le grandi istituzioni che ospitano gli anziani per consentire loro una migliore qualità di vita. Questo modello dovrebbe sicuramente prevedere l’inserimento nei piani assistenziali anche di tutte quelle le procedute atte a far fronte alle problematiche di carattere infettivologico. Concordo, quindi, con l’affermazione del professor Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria “le Rsa devono continuare a svolgere una funzione insostituibile nei riguardi degli anziani fragili; però, allo stesso tempo, devono trovare nuove modalità di lavoro, conciliando sempre meglio gli aspetti di salute con la qualità di vita che viene offerta ai residenti”
È necessario, quindi, spostare l’accento dal concetto di assistenza al concetto di qualità di vita, avendo come modello quello bio‐psico‐sociale di Engel, che recupera le dimensioni biologiche, ambientali, relazionali e psicologiche, in un’ottica sistemica che si traduce in una visione olistica dell’essere umano.

Alla luce di tutte queste problematiche, qual è il ruolo dello psicologo e in che modo potrebbe essere maggiormente utilizzato?

In ambito psicogeriatrico ci troviamo essenzialmente a lavorare con pazienti anziani senza malattie gravi o invalidanti, con pazienti affetti da malattie croniche e debilitanti che presentano una riduzione dell’attività e necessità di assistenza, e con pazienti colpiti da diverse forme di demenza. Quando ci troviamo di fronte a pazienti che non esibiscono un deterioramento cognitivo, i percorsi possono spaziare dal supporto alla psicoterapia prendendo in esame la storia di vita del paziente. L’esperienza di vita individuale assume infatti un significato all’interno di una cornice di riferimento che è la storia personale dell’individuo. La storia di vita dovrebbe, quindi, dirigere lo specialista della salute nell’approccio alla cura, e nello specifico lo psicoterapeuta dovrebbe aiutare il paziente anziano a riorientarsi rispetto al passato riaprendo un orizzonte di attesa, che si sostituisca alla visione di un futuro a volte spaventante. In età senile questo diviene d’importanza fondamentale, poiché gli eventi e le esperienze incidono maggiormente sul benessere generale. Molteplici ricerche hanno dimostrato, infatti, come l’invecchiamento possa essere profondamente influenzato da eventi quali il pensionamento, lo sradicamento dal proprio ambiente di vita, le perdite affettive, la malattia di un familiare, le difficoltà economiche, l’allontanamento dei figli e la solitudine, tutti aspetti che purtroppo questa pandemia ha esacerbato. Oltre i 65 anni il rischio di ammalarsi di depressione è 3-4 volte più elevato, e questo fenomeno è osservabile maggiormente per le donne rispetto agli uomini.
Nel caso in cui si ipotizzi invece un inizio di decadimento cognitivo il ruolo dello psicologo, che deve avere una formazione specifica, è quello di valutare mediante appositi test il funzionamento del paziente al fine di intervenire tempestivamente. Successivamente è possibile offrire oltre al supporto anche interventi di stimolazione cognitiva e per ultimo, ma sicuramento non per importanza, la figura dello psicologo può offrire di percorsi di psicoeduazione ai familiari che si trovano ad affrontare la malattia del proprio caro. Questi percorsi oltre alla psicoeducazione offrono un prezioso spazio di ascolto emotivo. Tutte questi interventi possono essere svolti da figure professionali private ma anche da quelle presenti nei servizi pubblici specializzati. Purtroppo ci stiamo trovando nell’impossibilità, soprattutto in ambito pubblico, di poter rispondere adeguatamente, nei tempi e nei modi alla sempre più crescente richiesta. Ulteriore impiego dello psicologo nei servizi sarebbe quello di prevenzione e cura del burnout degli operatori che soprattutto nell’ultimo anno hanno sviluppato uno stress lavoro correlato che ha spesso determinato un logorio psicofisico ed emotivo.
Ultimamente il Professor David Lazzari presidente attuale del CNOP, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, ha commentato a gennaio di quest’anno “La Legge di Bilancio avrebbe dovuto fornire due diverse tipologie di risposte: di tipo emergenziale, da erogare subito per tamponare la situazione, e che fa riferimento alla proposta della erogazione di voucher psicologici per le fasce più fragili e a rischio, e più strutturale, che riguarda l’attivazione o il potenziamento di servizi psicologici nel pubblico”, “che il rilancio del sistema sanitario parta dai bisogni delle persone, dando finalmente spazio agli aspetti psicologici nella prevenzione e nella cura, troppo ignorati in questi anni. Che la pandemia insegni”

Dottor Gabriele Rossi, psicologo e psicoterapeuta.